Open your third eye with Paul Robertson

10 Febbraio 2021 di ejan

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Tra i più talentuosi visual artists ad aver scelto la pixel art come mezzo espressivo spicca sicuramente Paul Robertson.

Australiano, spirito libero, forse un po’ hippie e naif, si distingue per il tocco psichedelico che permea tutte le sue gif: colori da trip, occhi post-allucinogeni e fanfare che non hanno nulla da invidiare alla Parade di Paprika, di quell’altro genio un po’ alieno che è Satoshi Kon.

Ricorrenti sono dei personaggi nelle gif animate e nelle illustrazioni gigantesche di Robertson, spesso characters di videogiochi o cartoni animati molto pop in occidente, come nel caso di Adventure Time: Hey Ice King, Why’d You Steal Our Garbage? o Fight Fighters, gif animata creata ad hoc per Gravity Falls.

Tutte le illustrazioni e le animazioni sono ovviamente in pixel art, motivo per cui le trattiamo in questa sede. Si nota però come la finezza delle linee e l’uso di un cell-shading con colori fluorescenti e molto poco pertinenti alla nostra realtà, celino quasi i singoli pixel, dosati con una maestria davvero unica.

Non a caso Paul Robertson per chi ne segue il lavoro da anni, non è certo uno sconosciuto.

Paul Robertson, Fight Fighters

Coscienza Superiore

Che si tratti di assemblaggi di personaggi noti o di original characters, è piuttosto facile notare una ricorrenza nel lavoro di Robertson. Una caratteristica che rende, assieme all’uso comunque ben personalizzato di colori e luci, immediatamente riconoscibile la sua produzione anche in assenza di firma.

Si tratta dei continui richiami a uno stato di elevazione spirituale di cui costella i suoi lavori, con elementi tipici della galassia, alla meditazione. Tutti elementi per raggiungere stati di coscienza superiore.

Elementi mistici e cabalistici come numeri, simboli particolari e espressioni o gesti manieristici costellano l’opera dell’artista. Spessi inseriti in composizioni piramidali ascendenti. Come se si trattasse di un rimosso subconscio, tramite l’estrema facilità di comunicazione dei personaggi pop come Rick & Morty, questi gesti vengono inclusi e racchiudi forse inconsapevolmente, come il ritrattista rinascimentale che pone sempre qualche caratteristica del suo volto in quelli altrui.

Image result for paul robertson gifs
pixels GIF by Paul Robertson

Terzi occhi in mezzo alla fronte, piramidi e numeri mistici. Incredibile quanto simbolismo si incontri in pochi centimetri di immagine.

Robertson è poliedrico, e se c’è una cosa in cui pare essere costante questa è la testardaggine (bonaria) con cui si imbarca in progetti iper-dettagliati, ambiziosi e come se non bastasse, lunghi. Non solo animazioni in loop in cui perdere lo sguardo come nei tabelloni di “Dov’è Wally?”, l’artista ha anche creato cortometraggi e reels da non credere, alcune diventate virali come la sua reinterpretazione della sigla d’apertura dei Simpsons.

Paul Robertson, The Simpsons sigla

Utilizzando uno stile mooolto illustrativo/Tumblr, questa dimensione superiore in cui Robertson ci trasporta è forse una sorta di meta-linguaggio, con cui parla del suo stesso modo di fare arte, del suo stesso stile. Parlare con cubi e pixel del dissolversi metaforico dell’uomo in piccole parti.

I pixel sono quindi non solo l’unità prima, il modulo del disegno, ma il modulo stesso delle creature viventi che costellano questi paesaggi mentali super colorati. E non pare esserci una via di fuga. Le fanfare disordinate mostrano espressioni spaesate, visi corrucciati e perplessi; i ragazzi seduti sconsolati su un burrone non possono far altro che osservare impotenti la propria autodistruzione. Sotto i loro occhi, brandelli di carne pixelata, senza nemmeno quindii bisogno di un secondo livelli di pixelatura, la censura, si perdono in un vortice di cui non potremo e non potranno mai vedere il fondo. Perché è solo un loop infinito, una ripetizione infernale digitale in cui sono intrappolati.

Cifra stilistica di Robertson è quindi il sovraffollamento, questo horror vacui di figure un po’ cartoonish, che piuttosto inconsapevolmente abitano e riempono fino al collasso mondi digitali. Veri e propri cyberspazi a metà tra il nostro e un altro mondo.

In alcune illustrazioni si può notare la mancanza di cielo, di atmosfera. A sostituirli, un insieme di dati che imita una calotta reale per chi ci vive dentro, ma visibile alle creature fuori. Noi. Una sorta di arena digitale di cui si intravede qualche informazione.

Paul Robertson, Welcome home
Paul Robertson, Compliment me

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